La nuova legge del Senato istituisce un quadro, non ancora un singolo reattore, con i primi impianti in vista per il 2033-2034
Il Senato italiano ha dato l’approvazione definitiva mercoledì 23 settembre 2026 a una delega (legge delega) che autorizza il governo a costruire un quadro normativo per quella che i funzionari chiamano “energia nucleare sostenibile”, quasi 40 anni dopo che il Paese ha votato a favore dell’abbandono dell’energia atomica in seguito ai referendum del 1987. Il disegno di legge ha ottenuto 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astensioni, completando il suo percorso in Parlamento dopo l’approvazione della Camera dei Deputati a giugno.
La cosa più importante da capire riguardo alla legge, e il dettaglio che molti media che hanno seguito il voto hanno avuto cura di sottolineare, è ciò che non fa: non autorizza un solo nuovo impianto nucleare oggi. La legge stabilisce semplicemente il quadro entro il quale i progetti futuri potrebbero eventualmente essere valutati. Gli attuali criteri, le procedure e le regole operative saranno fissati dai successivi decreti attuativi, che il governo ha ora 12 mesi per emanare, con ulteriori 24 mesi concessi per eventuali modifiche correttive.
Cosa copre effettivamente la legge
Il provvedimento delega al governo il potere di regolamentare la costruzione e la gestione degli impianti nucleari, la produzione di idrogeno tramite energia nucleare, il trattamento del combustibile esaurito e gli standard di sicurezza operativa, ambiti che in Italia sono rimasti completamente dormienti da quando il referendum del 1987 ha chiuso completamente la porta alla tecnologia.
Il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin, che ha firmato il disegno di legge originale, ha definito quella giornata storica per l’Italia e ha definito l’energia nucleare non come un ritorno al passato ma come, nelle sue parole, una tecnologia vincente che, combinata con le energie rinnovabili, può fornire risultati straordinari per la sicurezza energetica del Paese nel percorso verso la neutralità climatica del 2050. È stato esplicito nel dire che l’approccio del governo è incentrato su un sistema energetico misto, in cui il nucleare integra piuttosto che sostituire le fonti rinnovabili nella stabilizzazione della rete.
Cronologia: 2033-2034 per i primi impianti
La stima del governo colloca i primi impianti operativi nella finestra 2033-2034. Pichetto Fratin ha affermato che gli stessi decreti attuativi dovrebbero arrivare entro la fine del 2026, traducendo l’ampio quadro della legge in veri e propri criteri operativi.
Sulla questione persistente delle scorie nucleari, che per decenni ha tormentato il dibattito sul nucleare in Italia dato che il Paese non ha ancora un deposito operativo per i rifiuti dei suoi impianti chiusi da tempo, Pichetto ha chiarito che la questione dei depositi è esplicitamente inclusa nella delega. Ha distinto tra il volume relativamente piccolo di rifiuti altamente radioattivi, che secondo lui ammonta a circa 20 e più contenitori, o circa 200 metri quadrati, destinati allo stoccaggio temporaneo prima dell’eventuale trasferimento in un deposito geologico attualmente in fase di valutazione a livello europeo, e la categoria molto più ampia di rifiuti a bassa e media intensità: acciaio, ferro e mattoni provenienti dai vecchi impianti italiani dismessi, oltre alla produzione quotidiana continua di rifiuti radioattivi, in gran parte provenienti dagli ospedali.
Una divisione politica familiare
La reazione si è divisa lungo linee prevedibili. Il premier Giorgia Meloni ha celebrato il voto sui social, scrivendo che dopo quasi 40 anni l’Italia è di nuovo dotata di un quadro normativo per la produzione di energia nucleare, definendola una scelta coraggiosa e sensata.
Le voci dell’opposizione si sono ritirate bruscamente. Mariolina Castellone del Movimento 5 Stelle ha liquidato la tecnologia di base come non ancora esistente o non commercialmente attuabile oggi. Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra ha definito il piano una “follia economica”, chiedendo a Meloni e Pichetto Fratin di rivelare quanto costerebbe effettivamente il piano e chi lo finanzierebbe.
Non è il primo tentativo dell’Italia, ed è improbabile che sia l’ultimo dibattito
Il rapporto dell’Italia con l’energia nucleare ha seguito per decenni un modello genuinamente ciclico. Il Paese ha costruito e gestito per breve tempo gli impianti di Latina, Garigliano, Trino e Caorso prima che il referendum del 1987, innescato in gran parte dall’ansia dell’opinione pubblica in seguito al disastro di Chernobyl, portasse alla chiusura degli impianti tra il 1988 e il 1990. Un secondo referendum nel 2011, tenutosi subito dopo Fukushima, ha riaffermato con decisione il divieto. Anche la spinta dietro l’attuale legge risale a fattori familiari: quando l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia si è verificata nel febbraio 2022, l’allora ministro dell’Ambiente Roberto Cingolani, un convinto sostenitore del nucleare, non è riuscito a lanciare alcuna iniziativa concreta, lasciando al suo successore, Pichetto Fratin, il compito di portare effettivamente l’attuale ritorno in parlamento.
Cosa succede dopo
Con la legge quadro ora approvata, l’attenzione si sposta sui decreti attuativi previsti entro il prossimo anno, i documenti che determineranno effettivamente quali tecnologie l’Italia perseguirà (si prevede che i piccoli reattori modulari avranno un posto di rilievo), dove eventuali futuri impianti o impianti di smaltimento dei rifiuti potrebbero essere situati, e come il governo confronterà le sue ambizioni nucleari con un pubblico che ha votato due volte decisamente contro la tecnologia. Considerando il track record dell’Italia su questo esatto tema, invertendo due volte la rotta dopo gravi incidenti nucleari in altre parti del mondo, se questa “giornata storica” segni un vero punto di svolta o un altro capitolo in un dibattito che riemerge ogni volta che colpisce una crisi energetica è una domanda che l’Italia si è effettivamente posta, e a cui ha dato una risposta, dal 1987.