Come si è conclusa la disputa sul tesseramento del calcio italiano con l’uomo al centro che si è preso carico della soluzione
Il calcio italiano ha prodotto alcuni capitoli strani, ma questo potrebbe essere un nuovo massimo. Il 6 ottobre il Consiglio esecutivo del CONI ha deliberato la messa in amministrazione straordinaria della Federcalcio italiana (FIGC) perché il suo presidente, Giovanni Malagò, non era iscritto alla FIGC quando si è candidato alle elezioni. Poi, d’un fiato, ha nominato commissario Giovanni Malagò.
Il voto è durato pochi minuti ed è stato unanime, 15 su 15, secondo la diretta di Sky Sport. Il Consiglio Nazionale del CONI ha ratificato la decisione altrettanto unanimemente. Il Fatto Quotidiano lo riassume con una frase che i lettori italiani riconosceranno: Malagò “esce dalla porta e rientra dalla finestra”. Lascerà la carica di presidente e ritornerà come commissario, con elezioni previste entro il 31 gennaio 2027.
Un problema di scartoffie
La controversia in sé è semplice da enunciare. L’articolo 29 dello Statuto della FIGC prevede che i candidati debbano essere in regola con il proprio tesserato al momento della presentazione della candidatura. Malagò, eletto il 22 giugno con il 68,58% dei voti, non era allora iscritto all’albo, anche se gli stessi uffici della federazione lo avevano giudicato idoneo a candidarsi.
Il procuratore capo dello sport del CONI, Ugo Taucer, ha concluso che la validità del tesseramento è un requisito per la candidatura e che la FIGC non ha applicato i principi fondamentali formalmente adottati. Il presidente del CONI Luciano Buonfiglio ha poi commissionato quattro pareri legali, tra cui uno a Franco Scoca, che ha sostenuto quella lettura. La federazione ha risposto con cinque pareri, tra cui quelli di Sabino Cassese e Bernardo Mattarella, sostenendo che l’adesione non era un requisito essenziale e che qualsiasi sfida era arrivata troppo tardi. Il risultato è stato una battaglia durata settimane tra esperti legali, su cui incombeva una possibile acquisizione della FIGC.
Il compromesso
La stessa Serie A è intervenuta, definendo un commissario “del tutto inappropriato” perché potrebbe far precipitare il calcio nel caos in un momento delicato. Tra i nomi circolati nei giorni precedenti al voto c’era Adriano Galliani come possibile custode. Alla fine la soluzione è arrivata da un incontro tra Buonfiglio e Malagò poco prima della convocazione del consiglio, alla presenza del presidente del Cip Giunio De Sanctis in qualità di garante dell’affare.
La logica è facile da seguire. La federazione viene formalmente incaricata, il che soddisfa la regola che il CONI ha dichiarato infranta. L’uomo che ha scatenato il problema è incaricato di gestire la transizione, risparmiando così al calcio un outsider. Ogni partito ha qualcosa da difendere.
Malagò, ringraziando il direttivo per la fiducia, ha inquadrato il risultato come una rivendicazione delle regole. “Il focus – parafrasato da qualcuno – è il rispetto delle regole, confermato anche dal commissariamento della Figc”.
Ciò che lo rende assurdo
L’assurdità è nella sequenza. Una violazione sufficientemente grave da giustificare la sospensione della direzione eletta di una federazione si risolve affidando alla stessa persona la direzione in una forma diversa. Il Sussidiario ha definito la decisione “unanime e paradossale” e pochi osservatori non sono d’accordo. Seguono tre domande.
In primo luogo, se l’adesione fosse davvero un requisito “granitico”, come ha spiegato il stesso ragionamento del CONI, non è ovvio perché chi ne è mancato sia la persona giusta per gestirne le conseguenze. In secondo luogo, se gli avvocati della federazione avevano ragione nel ritenere che la questione fosse controversa, non sarebbe ovvio il motivo per cui fosse necessario un commissario. In terzo luogo, i resoconti che ho trovato non spiegano come verranno trattate in futuro le decisioni prese da Malagò come presidente, comprese le nomine dei tecnici calcistici annunciate dopo la sua elezione.
Tempi e costi
Il tempismo aggiunge ironia. Tutto questo si è svolto proprio mentre la nazionale, ora guidata da Roberto Mancini, stava iniziando a riprendersi in campo, con una vittoria per 4-1 sulla Turchia la scorsa settimana. La federazione è subentrata dopo le dimissioni di Gabriele Gravina in seguito alla mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali del 2026, una crisi che avrebbe dovuto portare stabilità.
Il calcio italiano, invece, passerà i prossimi mesi con un commissario che è anche, per definizione, un candidato in attesa di elezioni alle quali non può avere la certezza di partecipare. Se il voto di gennaio ripristinerà l’ordine o ravviverà la disputa è la questione lasciata per l’inverno. Per ora, il massimo che si può dire a favore del compromesso è che è stato rapido, unanime e, a qualunque lettura dei fatti, insolito.