Pierfrancesco Favino: Il volto che ha quasi rovinato tutto

Pierfrancesco Favino ammette che la sua “faccia” ha quasi rovinato la sua carriera cinematografica. Oggi star indiscussa, racconta il suo amore folle per la Roma, la boxe, il tennis… e quella notte pazzesca di Torino-Milan solo per vedere giocare i giallorossi. Ma cosa è successo veramente quella notte?

Immagina un giovane di vent’anni, già dotato di un viso affilato, lineamenti che urlano esperienza piuttosto che innocenza. Nello spietato ambiente del cinema italiano degli anni ’90, questo fisico diventa quasi un handicap. Eppure quest’uomo è oggi uno degli attori più rispettati e ricercati della sua generazione. Pierfrancesco Favino ha trasformato quella che poteva essere una seccatura in un acquisto. Incontro con un uomo che racconta i suoi dubbi ma anche la sua divorante passione per lo sport.

Un fisico che non ha superato i provini

Quando oggi gli chiediamo cosa pensa del suo viso, la risposta arriva con una risata: «Continuo a non piacermi la mia faccia, ma se funziona al cinema per me va bene.» Questa autoironia, però, nasconde una verità più profonda. All’inizio, il suo aspetto lo limitava a ruoli secondari o semplicemente lo eliminava dai casting. Troppo marcato, troppo adulto per interpretare protagonisti giovani, troppo singolare per personaggi comuni.

Abbiamo dovuto aspettare fino alla metà degli anni 2000 e film simili Romanzo Criminale affinché i suoi lineamenti finalmente “corrispondano” ai personaggi che gli vengono offerti. Questa svolta è stata liberatoria. All’improvviso quello che era visto come un difetto è diventato un punto di forza. Una forza che coltiva oggi accettando ruoli molto fisici, a volte estremi.

Le metamorfosi che segnano

Favino non è tipo da nascondersi dietro artifici gratuiti. Quando decide di trasformarsi, è sempre al servizio del personaggio. Per interpretare Tommaso Buscetta Il Traditoreindossava abiti estremamente attillati in modo da comprimere il suo corpo ed accentuare la sensazione di un uomo che nasconde le sue origini modeste sotto un’apparenza borghese. Un vincolo fisico che ha alimentato il suo gioco.

In un’altra nota, è arrivato a pesare 100 chili per un ruolo. Non per vanità o sfida personale, ma perché il personaggio lo richiedeva. Questa disciplina impressiona, soprattutto quando sappiamo che dovrà poi trovare la linea per il prossimo progetto. Un eterno yo-yo che oggi molti attori rifiutano.

“Se serve, posso andare lontano per un personaggio. Ma il virtuosismo per il virtuosismo, le maschere per le maschere, non è il mio genere. »

Questa frase riassume perfettamente la sua filosofia: tutto deve essere al servizio della storia e della verità emotiva del ruolo.

Il ciclista che lo ha quasi ucciso

Tra tutti i preparativi fisici sopportati, quello per interpretare Gino Bartali rimane di gran lunga il più significativo… e il più doloroso. Per quattro mesi e mezzo ha pedalato tra i 100 e i 150 chilometri al giorno su una bicicletta d’epoca, ancor prima dell’inizio delle riprese. Risultato: -11 kg e +11 cm di circonferenza coscia. Alla fine del progetto, ha letteralmente gettato la bici in una curva e ha giurato di non guidarla mai più.

Questo aneddoto oggi fa sorridere, ma dice molto sull’impegno totale che mette nella sua professione. Pochi attori accetterebbero un simile sacrificio fisico per un film televisivo. Lo ha fatto senza esitazione.

Il Maestro: il bel ragazzo che non si vedeva invecchiare

Nel suo ultimo film uscito nel marzo 2026, Il Maestrointerpreta Raul Gatti, ex tennista diventato allenatore in Italia negli anni ’80. Un uomo che continua a fare il seduttore senza rendersi conto che il tempo ha fatto il suo lavoro. Un ruolo che è allo stesso tempo divertente, toccante e crudelmente realistico.

Il parallelo con la propria carriera è inquietante: anche lui ha dovuto aspettare che il tempo facesse il suo lavoro affinché il suo fisico corrispondesse finalmente alle aspettative dei registi. Ironicamente, oggi interpreta un uomo che rifiuta di affrontare la stessa realtà.

Il leader assoluto della Roma

Se il cinema è la sua professione, il calcio – e più precisamente la Roma – è la sua religione. Racconta con emozione il giorno in cui suo padre, tifoso juventino, gli regalò un abbonamento alla Curva Sud per il suo 14esimo compleanno. Un dono immenso e paradossale. A quell’età prendere da solo tre autobus per andare allo stadio era quasi un’impresa.

In tribuna conosceva “tutti e nessuno”. È andato a guardare l’allenamento di nascosto da sua madre. Ha vissuto la Roma come una malattia dolceamara, che solo i veri tifosi capiscono.

«Un giorno ho fatto il viaggio di ritorno di notte da Torino a Milano in costume per andare a vedere giocare l’AS Roma prima di tornare a girare la mia scena la mattina presto.»

La partita si è conclusa con una sconfitta. Non importa. L’aneddoto resta impresso nella sua memoria come uno di quei momenti in cui la passione supera tutto il resto, compreso il sonno e la logica.

Tennis, boxe, calcio: una vita scandita dallo sport

Anche il tennis gioca un ruolo importante nella sua vita. Si descrive come un giocatore con un servizio decente e un rovescio a una mano, ma con una resistenza limitata. Segue con fervore la nuova generazione italiana, e in particolare Jannik Sinner i cui incontri a volte paralizzano interi set cinematografici.

Prima del cinema, ha praticato la boxe per sette anni, dai 17 ai 25 anni. Uno sport che ha lasciato il segno: una schiena un po’ curva che non gli piace, ma anche delle braccia di cui è piuttosto orgoglioso. Oggi mantiene una palestra in casa e lavora con un personal trainer tra una ripresa e l’altra.

Un fragile equilibrio tra corpo e personaggi

Alto 1,82 me pesa 82 kg, ammette di non essere “molto in forma”. Controlla la sua dieta senza ossessione, apprezza lo champagne e il buon cibo, limita il caffè a due al giorno e vaporizza per sette anni, un’abitudine che intende abbandonare presto. Un rapporto molto mediterraneo con il corpo, lontano dai dettami della perfezione fisica.

Tuttavia, quando il ruolo lo richiede, sa sottostare a diete drastiche o allenamenti estremi. Questa dualità tra l’uomo che assapora la vita e l’attore pronto a tutto per un personaggio è affascinante.

Cosa gli ha insegnato lo sport sulla recitazione

Lo sport gli ha insegnato la disciplina, la resilienza e l’importanza del collettivo. Qualità che ritrova sul set. A volte paragona le riprese a una lunga stagione sportiva: ci sono momenti di grazia, sconfitte, infortuni invisibili, ma soprattutto l’obbligo di rialzarsi e andare avanti.

Sogna segretamente di interpretare un giorno Agostino Di Bartolomei, tragica leggenda della Roma. Un ruolo che unirebbe le sue due passioni: i giochi e il calcio. Un sogno che custodisce preziosamente, senza crederci davvero, come tutti i grandi tifosi conservano una speranza folle nel profondo del cuore.

Un uomo che continua ad imparare

Superati i cinquant’anni, Favino resta curioso. Parla con ammirazione dei giovani atleti italiani che si stanno distinguendo sulla scena internazionale. Riconosce che il tennis è cambiato grazie a giocatori come Sinner, e che il calcio italiano sta gradualmente riconquistando le sue lettere di nobiltà.

Ma soprattutto continua a interrogarsi. Sa che il cinema non perdona nulla, che ogni ruolo è un nuovo provino. E lo accetta con un’umiltà rara in questo ambiente.

Quindi sì, Pierfrancesco Favino ha una faccia. Una bocca che racconta di una vita, di lotte, di passioni e dubbi. Un volto che, in fondo, non è mai stato un problema. Solo una questione di tempi.

E il tempismo oggi sembra perfetto.