Vandalismo a Torino: tutta l’Italia difende la libertà di stampa

Venerdì un centinaio di manifestanti hanno fatto irruzione in una grande redazione italiana, vuota a causa di uno sciopero, e l’hanno saccheggiata al grido di “giornalista terrorista”. Il più sorprendente? L’intera classe politica, dall’estrema destra al centrosinistra, si è schierata compatta per condannare. Cosa è successo davvero a Torino e perché vacilla questa unanimità?

Immaginate una redazione completamente vuota, con le porte chiuse a doppia mandata a causa di uno sciopero nazionale. E all’improvviso, un centinaio di persone scavalcano i cancelli, forzano gli ingressi, invadono gli uffici, verniciano i muri con la bomboletta spray e gettano a terra libri e fascicoli, gridando minacce di morte contro i giornalisti. Questa scena non è tratta da un film distopico. Si è svolto venerdì scorso a Torino, nella sede di uno dei più grandi quotidiani italiani.

Unanimità politica estremamente rara in Italia

Ciò che rende l’evento assolutamente eccezionale è la reazione immediata e del tutto unanime della classe politica italiana. Da un estremo all’altro dello spettro, le condanne si riversarono nelle ore che seguirono.

Il premier di estrema destra Giorgia Meloni ha chiamato personalmente il caporedattore a sostenerlo e ha rilasciato un comunicato definendo il gesto “molto grave” pur ribadendo che “la libertà di stampa è un bene prezioso che va difeso quotidianamente”.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, figura stimata sopra tutti i partiti, ha denunciato sabato “il violento attentato” e ha espresso la sua solidarietà a tutta la redazione.

Anche Elly Schlein, segretaria del Partito democratico (centrosinistra) e principale oppositrice del governo, ha parlato di un “atto grave e inaccettabile”, aggiungendo che “ogni redazione è un baluardo di libertà e democrazia”.

Cosa è successo esattamente sul posto?

I fatti sono ormai accertati. Venerdì pomeriggio una manifestazione contro la proposta di bilancio del governo Meloni ha riunito nelle strade di Torino diverse migliaia di persone. Ad un certo punto, un gruppo di circa un centinaio di individui, alcuni incappucciati, altri con il volto scoperto, si è staccato dal corteo.

Si dirigono verso la sede del giornale. L’edificio è deserto: quel giorno i giornalisti sono in sciopero nazionale. Nonostante le porte e il cancello chiusi, i manifestanti sono saliti, hanno forzato due ingressi ed sono entrati all’interno senza che la polizia intervenisse in tempo.

Una volta in piazza, dispiegano uno striscione “Shahin libero” (in riferimento all’imam Mohamed Shahin, attualmente detenuto in attesa di espulsione), dipingono i muri con slogan “Fanculo (il giornale)”, “Palestina libera”, “Riviste complici di Israele”, rovesciano mobili, strappano libri e spargono migliaia di documenti per terra e lasciano persino letame sulle scale.

“Giornalista terrorista, sei il primo della lista!” »

hanno gridato alcuni manifestanti secondo le testimonianze raccolte

Un simbolo più ampio dell’evento stesso

Ciò che colpisce, oltre alla violenza materiale, è il fatto che una redazione venga deliberatamente presa di mira. In Italia, come altrove, l’aggressione fisica ad un organo di stampa resta estremamente rara e rimanda immediatamente a momenti bui della storia del Paese (anni di piombo, intimidazioni mafiose, ecc.).

Il fatto che l’attacco sia rivendicato in nome della causa palestinese aggiunge un ulteriore livello di tensione. Dal 7 ottobre 2023 e dall’offensiva israeliana a Gaza, i dibattiti sulla copertura mediatica si sono accesi in tutta Europa. Alcuni circoli di attivisti accusano regolarmente i principali media di essere “complici” con Israele.

Ma passare dalle critiche, anche virulente, alle intrusioni fisiche e alle minacce di morte segna una soglia preoccupante.

Perché questa unanimità è una pietra miliare

In Italia, la polarizzazione politica sta raggiungendo livelli raramente visti dal dopoguerra. Governo di estrema destra da una parte, opposizione di sinistra e centrosinistra dall’altra, le invettive sono quotidiane. Tuttavia, sulla difesa della libertà di stampa, l’intero spettro politico si è allineato in meno di ventiquattr’ore.

Questa unità ricorda il periodo in cui le istituzioni italiane si univano contro il terrorismo negli anni ’70 e ’80. Il messaggio inviato è chiaro: nonostante i disaccordi ideologici, esiste un limite intangibile, e questo limite è appena stato superato.

Giorgia Meloni, spesso accusata dai suoi avversari di minare l’indipendenza dei media pubblici, si è trovata a difendere con forza la stampa privata, compreso un giornale che la critica regolarmente. Sergio Mattarella, garante della Costituzione, ha svolto ancora una volta il suo ruolo di unificatore. Quanto all’opposizione di sinistra, non ha cercato di minimizzare l’evento per ragioni tattiche.

Esistono precedenti, ma rimangono rari

Pensiamo subito all’attentato a Charlie Hebdo del 2015 in Francia, ma la portata e le motivazioni erano diverse. In Italia ricordiamo soprattutto le intimidazioni della mafia o dell’estrema destra negli anni ’70 e ’90. Restano eccezionali gli attacchi dell’estrema sinistra o dei movimenti filo-palestinesi contro le redazioni.

Tuttavia, negli ultimi anni, le tensioni intorno alla copertura del conflitto israelo-palestinese sono aumentate: manifestazioni davanti ai canali televisivi, slogan ostili, pressioni sui giornalisti. Quanto accaduto a Torino costituisce un’indiscutibile escalation.

Giornalisti tra paura e determinazione

Il caporedattore, Andrea Malaguti, ha testimoniato a diversi media: “Sono molto giovani e hanno scavalcato il cancello. Hanno riempito le scale di letame. Avevamo molta paura, anche se fisicamente non eravamo lì”.

Nonostante lo shock, la redazione è tornata al lavoro il giorno successivo e ha pubblicato sul proprio sito un lungo racconto, accompagnato da foto eloquenti. Il messaggio è chiaro: non saremo messi a tacere.

Molti giornalisti italiani, di ogni genere, hanno espresso nei giorni successivi la loro solidarietà, ricordando che la libertà di stampa non è negoziabile, qualunque sia la linea editoriale dei media attaccati.

Verso una risposta criminale e politica

È stata aperta un’indagine per intrusione, danneggiamenti e minacce. Diversi partecipanti sono stati identificati grazie alle telecamere di videosorveglianza e alle immagini riprese dagli stessi manifestanti sui social network.

Al di là della risposta giuridica, l’evento solleva questioni fondamentali: come regolare le manifestazioni che degenerano? Come tutelare i luoghi simbolo della democrazia? Come possiamo evitare che la causa palestinese, legittima per molti, venga strumentalizzata da minoranze violente?

L’unanimità politica osservata negli ultimi giorni fa sperare in una risposta ferma e transpartitica. Perché se la libertà di stampa vacilla, la democrazia nel suo insieme tremerà.

Quando un giornale viene attaccato fisicamente, non è solo la redazione ad essere presa di mira. È diritto di tutti essere liberamente informati su ciò che è in pericolo. E di fronte a questo non ci sono schieramenti: ci sono solo i cittadini.

L’Italia, spesso criticata per le sue divisioni, ha appena ricordato al mondo una semplice verità: certi principi trascendono le divisioni. Resta da trasformare questa bella unanimità in azioni concrete affinché una redazione non venga mai più presa di mira.

In un momento in cui l’Europa si trova ad affrontare nuove forme di violenza politica, vale la pena riflettere sull’esempio italiano. Perché domani potrebbe essere un’altra redazione, in un’altra città, in un altro Paese.

La libertà di stampa non è uno slogan. È un bastione. E venerdì a Torino questo baluardo è stato scosso. Ma resiste ancora. Grazie ad una reazione collettiva esemplare.