La sinistra italiana potrebbe vincere, se riuscisse a mettersi d’accordo su qualcosa

Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli condividono un palco, non un programma…ancora.

I sondaggi dicono da mesi la stessa cosa al centrosinistra italiano: un “campo largo” unito, che riunisca Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra, Italia Viva e +Europa, potrebbe davvero sfidare il governo di Giorgia Meloni alle prossime elezioni. Ciò che la stessa coalizione non riesce ancora a raggiungere è un accordo su cosa farebbe effettivamente al potere, o anche su chi la guiderebbe.

L’istantanea più chiara recente è arrivata l’8 settembre, quando la leader del PD Elly Schlein, il presidente del M5S Giuseppe Conte e i co-leader dell’AVS Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli hanno condiviso il palco del festival nazionale dell’AVS a Roma, la loro prima apparizione congiunta dall’estate. Erano presenti più di duemila sostenitori del partito, molti dei quali, secondo il resoconto dell’evento, erano meno interessati al dibattito astratto dei leader che a ricevere una risposta diretta sulla reale posizione di questa coalizione.

Dove sono effettivamente d’accordo

Per essere onesti nei confronti della coalizione, il quadro non è un puro stallo. Quando sono stati spinti a nominare quello che sarebbe stato al vertice di un primo consiglio dei ministri sotto un governo di centrosinistra, i quattro leader hanno prodotto un elenco davvero sostanziale: il riconoscimento di uno Stato palestinese, un’ambiziosa agenda sul clima promossa da Bonelli, un salario minimo e un congedo parentale paritario sostenuti da Schlein, un’imposta patrimoniale (patrimoniale) a lungo sostenuta da Fratoianni e, da parte di Conte, l’abrogazione di leggi che definisce restrittive del dissenso politico e della protesta civile, insieme alla richiesta di risposte più chiare su migrazione e sicurezza pubblica. Schlein, citando un testo pop italiano, ha scherzato sul fatto che l’elenco delle posizioni condivise è così lungo che ci vorrà del tempo per essere completato. Sulla carta, il salario minimo e l’imposta sul patrimonio non sono in realtà punti di divisione all’interno della coalizione, tutti e tre i principali partiti sostengono ampiamente entrambi; le domande più difficili si trovano altrove.

Ucraina: la frattura che non si chiuderà

La vera faglia irrisolta è l’Ucraina, in particolare se l’Italia debba continuare a inviare armi a Kiev. M5S e AVS si oppongono al proseguimento delle spedizioni di armi; il PD tratta il sostegno continuo come ciò che Schlein ha definito una “linea rossa”, una linea rossa che il partito non è disposto a oltrepassare. Fratoianni ha cercato di inquadrare il divario più ristretto di quanto sembri, insistendo sul fatto che non ci sono simpatizzanti della Russia tra i leader della coalizione e che tutti concordano sul fatto che l’Ucraina sia stata vittima di un’aggressione, con il vero disaccordo limitato a come, e non se, sostenere Kiev nel modo più efficace, sostenendo che sostenere l’Ucraina non richiede il prolungamento indefinito della guerra. Schlein ha avanzato una sintesi simile, sostenendo che i cinque anni di lotte intestine della coalizione sembrano ancora più coerenti dell’attuale politica estera del governo, e avvertendo che una divisione qui darebbe semplicemente a Meloni un’altra vittoria per impostazione predefinita. Se quel ponte retorico si traduca in una reale posizione condivisa rimane irrisolto a metà settembre.

Le lotte oltre l’Ucraina

L’Ucraina non è l’unico punto critico. La coalizione è divisa anche sul progetto del ponte sullo Stretto di Messina: PD, M5S e AVS hanno votato insieme contro a Strasburgo nel 2025, ma da allora le posizioni sono divergenti man mano che il progetto è andato avanti a livello nazionale. C’è anche un vero problema di fiducia nascosto appena sotto la superficie: Conte ha apertamente espresso dubbi sull’inclusione di Matteo Renzi e Italia Viva nella coalizione, dubbi che Schlein ha cercato di scacciare sostenendo che il blocco non dovrebbe essere costruito partito per partito o nome per nome, ma attorno a un programma coerente e condiviso, senza risolvere completamente lo scetticismo di fondo di Conte.

Poi c’è la governance interna della coalizione: chi la guida e come. Tutti e quattro i leader hanno concordato pubblicamente che un programma comune deve venire prima di scegliere un candidato a primo ministro, una scelta sequenziale che si è rivelata utile anche per ritardare una decisione che nessuno di loro sembra desideroso di forzare. Schlein ha aggiunto un’ulteriore complicazione, avvertendo che la coalizione non dovrebbe nemmeno dare per scontato che la legge elettorale italiana passerà così come è attualmente redatta, aggiungendo uno strato di incertezza istituzionale oltre a quella politica. Il processo di consultazione interna del M5S doveva concludersi il 20 settembre, aprendo una nuova fase di “grande consultazione popolare”, una consultazione pubblica più ampia che Bonelli ha affermato che la coalizione intende durare fino a ottobre per aiutare a elaborare il suo programma condiviso, con il tavolo di lavoro formale della coalizione che dovrebbe riunirsi verso la fine del mese.

Una coalizione che corre contro il proprio orologio

Ciò che rende le divisioni interne della coalizione particolarmente costose è il calcolo che quasi tutti i commentatori che seguono la vicenda continuano a ripetere: il governo Meloni, nonostante tutte le divisioni documentate sulla politica estera negli ultimi cinque anni, è comunque riuscito a governare come una maggioranza funzionante. Se il percorso del centrosinistra per tornare al potere passa davvero attraverso l’unità, come suggeriscono i suoi stessi sondaggi, allora il divario tra l’elenco delle cose su cui Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli sono d’accordo e l’elenco delle cose che ancora li dividono, Ucraina in testa, potrebbe finire per avere meno importanza di quanto velocemente riusciranno a chiuderlo. Il processo di consultazione di ottobre vuole essere esattamente questo test. Se si realizzerà un vero programma o semplicemente un’altra opportunità fotografica sul palco di un altro partito è, per ora, ancora una questione aperta.

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