Gaza: fermare MSF sarebbe catastrofico per la popolazione

Nel 2025, MSF ha effettuato oltre 800.000 visite mediche e curato 100.000 persone ferite a Gaza. Ma la Ong rischia di essere espulsa dal territorio entro la fine di febbraio. Cosa accadrà ai civili se gli aiuti medici scompariranno?

Immagina un territorio in cui, ogni giorno, centinaia di migliaia di persone dipendono da una manciata di équipe mediche per sopravvivere. Bambini con gli arti lacerati, donne incinte senza sostegno, anziani impossibilitati a muoversi: tutti si rivolgono verso le rare strutture ancora in piedi. E se, da un giorno all’altro, queste strutture chiudessero i battenti? Questa è esattamente la minaccia che incombe oggi sulla Striscia di Gaza.

Da diversi mesi le organizzazioni umanitarie internazionali si trovano ad affrontare restrizioni sempre più severe. Tra questi, uno dei più emblematici, Medici Senza Frontiere, si trova oggi in una situazione critica. Il suo segretario generale ha recentemente lanciato un allarme particolarmente grave.

Una decisione dalle conseguenze umane drammatiche

L’annuncio è arrivato come un martello. Le autorità israeliane hanno deciso che le attività di Medici Senza Frontiere nella Striscia di Gaza dovranno cessare molto presto. La scadenza si avvicina: fine febbraio. Dietro questo provvedimento si nasconde un profondo disaccordo su una questione delicata: la trasmissione degli elenchi dei nomi del personale palestinese locale impiegato dalla ONG.

Per l’organizzazione fornire tali elenchi senza garanzie formali sulla sicurezza delle persone interessate rappresenta un rischio inaccettabile. Si è quindi rifiutata di ottemperare a tale obbligo, dando luogo a un procedimento di espulsione amministrativa. Lo shock è immenso per le squadre sul posto e per le popolazioni che da mesi cercano di salvare in condizioni estreme.

Cifre che parlano da sole

Solo nel 2025, le équipe di Medici Senza Frontiere hanno compiuto un lavoro colossale in un contesto di guerra prolungata e di massiccia distruzione delle infrastrutture sanitarie. I dati recentemente comunicati parlano da soli:

Sono state effettuate più di 800.000 visite ambulatoriali. Si tratta di centinaia di migliaia di persone – bambini, donne, anziani – che hanno potuto consultare un medico, ricevere cure di base o essere indirizzate a cure più serie.

Sono stati trattati più di 100.000 casi di trauma. Dietro questa fredda figura si nascondono amputazioni d’urgenza, ferite da schegge, fratture esposte, ustioni gravi… tutte lesioni direttamente collegate alla violenza armata.

Infine, più di 700 milioni di litri d’acqua sono stati distribuiti o resi potabili grazie alle infrastrutture di emergenza predisposte dalla ONG. In un territorio in cui l’accesso all’acqua pulita è diventato un bene raro, questo dato da solo illustra la portata della crisi sanitaria di fondo.

“Siamo in un momento in cui il popolo palestinese ha bisogno di più aiuti umanitari, non di meno. »

Segretario generale di Medici Senza Frontiere

Già questa frase riassume l’incomprensione e l’urgenza avvertite dai responsabili dell’organizzazione di fronte alla prospettiva della loro partenza forzata.

Un contesto di crescenti restrizioni

Da diversi mesi, il quadro in cui operano le organizzazioni umanitarie a Gaza si è notevolmente inasprito. Una direttiva entrata in vigore all’inizio del 2025 impone ora un controllo molto severo sul personale palestinese impiegato da ONG internazionali. Diverse organizzazioni hanno ricevuto avvertimenti simili a quello indirizzato a MSF.

Lo scorso dicembre, 37 ONG erano già state informate che a partire da marzo non sarebbero più state autorizzate ad operare sul territorio. Questa ondata di restrizioni fa parte di una politica più ampia di rafforzamento del controllo sugli aiuti umanitari che entrano e circolano nella Striscia di Gaza.

Per quanto riguarda Medici Senza Frontiere, la consegna di attrezzature mediche è bloccata dalla fine dell’anno precedente. Le scorte si stanno gradualmente esaurendo, le capacità di risposta stanno diminuendo e la pressione sui team rimasti aumenta in modo esponenziale.

Il dilemma impossibile imposto agli umanitari

Di fronte alla richiesta di trasmettere gli elenchi dei nominativi, la ONG si è trovata di fronte ad una scelta difficile: o trasmettere i nominativi senza alcuna garanzia per la sicurezza delle persone interessate, oppure rifiutare rischiando l’espulsione totale. Dopo aver inizialmente accettato in via eccezionale, alla fine ha rinunciato per mancanza di garanzie sufficienti.

Il segretario generale lo esprime senza mezzi termini:

«Siamo costretti a scegliere tra la sicurezza del nostro personale e la nostra capacità di prenderci cura dei pazienti.»

Segretario generale di Medici Senza Frontiere

Questa tragica alternativa non riguarda solo MSF. Altre organizzazioni si trovano in situazioni simili, intrappolate tra imperativi di sicurezza e missioni mediche.

Un bilancio umano già molto pesante

Dall’inizio del conflitto nell’ottobre 2023, il sistema sanitario di Gaza è stato devastato. Le infrastrutture ospedaliere sono state distrutte o danneggiate, le scorte di medicinali sono esaurite, gli operatori sanitari decimati. Il bilancio è terrificante: più di 1.700 operatori sanitari hanno perso la vita nell’adempimento del proprio dovere. Tra questi, quindici dipendenti di Medici Senza Frontiere sono stati uccisi.

Queste perdite non sono solo numeri. Rappresentano chirurghi, infermieri, ostetriche, logisti che non potranno mai più salvare vite umane. Ogni morte aggrava la carenza di competenze mediche in un territorio già privo di sangue.

Denunciata una campagna di delegittimazione

Il capo della ONG evoca anche una “campagna orchestrata” volta a delegittimare la sua azione sul campo. Secondo lui, negli ultimi mesi sono state mosse diverse accuse contro l’organizzazione, compresi presunti legami tra alcuni dipendenti e movimenti armati palestinesi. Accuse che Medici Senza Frontiere contesta con forza.

Queste accuse pubbliche, unite alle restrizioni amministrative, creano, secondo la ONG, un clima estremamente ostile che rende il suo lavoro sempre più difficile, se non impossibile.

Appello alla comunità internazionale

Di fronte a questa impasse, Medici Senza Frontiere chiede agli Stati e alle istituzioni internazionali di intervenire. Il Segretario Generale chiede espressamente un dialogo diretto con le autorità israeliane per ottenere garanzie chiare sulla sicurezza del personale e la revoca dei divieti nei confronti delle organizzazioni umanitarie.

Insiste sul fatto che la ONG tenta da diversi mesi di avviare un dialogo costruttivo sulla questione delle liste nominative, senza ottenere le risposte necessarie per proseguire le proprie attività in tutta sicurezza.

«Abbiamo tutto il diritto, l’obbligo e la necessità di ottenere queste garanzie.»

Segretario generale di Medici Senza Frontiere

Quali sarebbero le conseguenze se MSF dovesse andarsene?

La scomparsa di Medici Senza Frontiere dal panorama medico di Gaza creerebbe un vuoto sanitario difficile da colmare nel breve termine. Le 800.000 consultazioni annuali non sarebbero più garantite. Le 100.000 lesioni traumatiche non troverebbero più squadre chirurgiche mobili in grado di intervenire tempestivamente. L’accesso all’acqua potabile per centinaia di migliaia di persone sarebbe ancora più compromesso.

In un territorio dove la maggior parte delle strutture sanitarie pubbliche sono fuori servizio o funzionanti al minimo, il ritiro di un’organizzazione di questa portata potrebbe comportare un improvviso peggioramento dello stato di salute generale della popolazione.

Malattie infettive, complicanze post-operatorie, parti non sicuri, patologie croniche poco monitorate… tutti questi problemi esploderebbero senza la presenza di équipe mediche internazionali indipendenti e ben attrezzate.

Un appello a non abbandonare Gaza

La situazione attuale non è solo un’altra crisi umanitaria. Pone una domanda fondamentale: fino a che punto possiamo spingerci nel limitare gli aiuti medici internazionali prima di oltrepassare una linea rossa irreversibile?

Per Medici Senza Frontiere la risposta è chiara: questo limite è già stato superato. L’organizzazione afferma a gran voce che il popolo palestinese di Gaza ha bisogno, ora più che mai, di un accesso massiccio e senza ostacoli agli aiuti medici di emergenza.

La partenza forzata di MSF non rappresenterebbe solo una vittoria amministrativa per coloro che vogliono limitare l’azione delle ONG. Soprattutto, sarebbe una grave sconfitta umanitaria per centinaia di migliaia di civili che già non hanno quasi nessun posto dove cercare cure.

Il tempo sta per scadere. Ogni giorno che passa si avvicina alla data in cui le équipe di Medici Senza Frontiere potrebbero essere costrette a cessare le loro attività. E con loro, una parte essenziale della speranza medica che ancora rimane nella Striscia di Gaza.

Ci sarà ancora una finestra per invertire la tendenza? La risposta ora spetta in gran parte alla comunità internazionale e ai politici, che possono ancora spingere affinché gli aiuti umanitari non siano visti come una minaccia, ma come un diritto fondamentale.

Nel frattempo le squadre sul posto continuano, in condizioni sempre più precarie, a fare quello che sanno fare: curare, alleviare, riportare un po’ di umanità nell’inferno della guerra.